Matteo Soltanto | pittore e scenografo | artist and set designer





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Matteo Soltanto
scenografia per:

IL CAPPOTTO
di Vittorio Franceschi

liberamente ispirato all'omonimo racconto di Gogol'

con Vittorio Franceschi,
Umberto Bortolani, Marina Pitta,
Andrea Lupo, Federica Fabiani, Matteo Alì, 
Giuliano Brunazzi, Alessio Genchi, Stefania Medri,
Valentina Grasso (ediz.2013)

Regia - Alessandro D'Alatri
Scenografia - Matteo Soltanto
Costumi - Elena Dal Pozzo
Luci - Paolo Mazzi
Musiche - Germano Mazzocchetti
Suono - Giampiero Berti
 
Regista assistente - Gabriele Tesauri
Assistente alla regia - Elisa Cutrupi
Direttore di scena - Davide Capponcelli
Assistente alla scenografia - Consuelo Cabassi
Trattamento pittorico - Matteo Soltanto
Assistente ai costumi - Anna Vecchi
Realizzazione scena - Scena Laboratorio di Leonardo Scarpa

Prod. Emilia Romagna Teatro, Arena del Sole.
Prima nazionale: 5 novembre 2013
(Arena del Sole, Bologna)


Matteo Soltanto
set design for:

THE OVERCOAT
by Vittorio Franceschi

loosely based on the homonymous story by Gogol'

with Vittorio Franceschi,
Umberto Bortolani, Marina Pitta,
Andrea Lupo, Federica Fabiani, Matteo Alì,
Giuliano Brunazzi, Alessio Genchi, Stefania Medri,
Valentina Grasso (2013 edition)

Direction - Alessandro D'Alatri
Set design - Matteo Soltanto
Costumes - Elena Dal Pozzo
Light design - Paolo Mazzi
Music - Germano Mazzocchetti
Sound - Giampiero Berti
 
Assistant director - Gabriele Tesauri
Assistant director - Elisa Cutrupi
Stage director - Davide Capponcelli
Set assistant - Consuelo Cabassi
Pictorial realization - Matteo Soltanto
Costumes assistant - Anna Vecchi
Set construction - Leonardo Scarpa (Scena Laboratorio)

Production: Emilia Romagna Teatro, Arena del Sole.
On stage from: November 5th, 2013
(Arena del Sole Theater, Bologna, Italy)




STAGIONE 2014/15
SEASON 2014/15
Novembre 2014
12: Castelfranco Emilia (Mo), Teatro Dadà
dal 13 al 16: Cesena, Teatro Bonci
19: Boretto (Re)
dal 20 al 23: Lugo (Ra)
24: Russi (Ra)
25: Pavullo (Mo), Teatro Mac Mazzieri

Dicembre 2014
1: Mezzolombardo (Tn)
2: Artegna (Ud)
3: Codroipo (Ud)
5: Foligno, Politeama Clarici
6: Magione (Pg), Teatro Mengoni
7: Narni (Tr), Teatro Manini
9 e 10: Piacenza, Teatro Municipale
dall'11 al 21 (pausa il 15): Milano, Teatro Carcano

Gennaio 2015
dal 14 al 18: Brescia, Teatro Sociale
dal 22 al 25: Prato, Teatro Metastasio


November 2014
12: Castelfranco Emilia (Mo), Teatro Dadà
dal 13 al 16: Cesena, Teatro Bonci
19: Boretto (Re)
dal 20 al 23: Lugo (Ra)
24: Russi (Ra)
25: Pavullo (Mo), Teatro Mac Mazzieri

December 2014
1: Mezzolombardo (Tn)
2: Artegna (Ud)
3: Codroipo (Ud)
5: Foligno, Politeama Clarici
6: Magione (Pg), Teatro Mengoni
7: Narni (Tr), Teatro Manini
9 e 10: Piacenza, Teatro Municipale
dall'11 al 21 (pausa il 15): Milano, Teatro Carcano

January 2015
dal 14 al 18: Brescia, Teatro Sociale
dal 22 al 25: Prato, Teatro Metastasio




STAGIONE 2013/2014
SEASON 2013/2014
Novembre 2013: Prima Nazionale: 5 novembre: Bologna, Arena del Sole - 6, 7, 8, 9, 10: Bologna, Arena del Sole - 12, 13: Budrio (Bo), Teatro Consorziale - 14, 15: Correggio (Re), Teatro Asioli  - 19, 20, 21, 22, 23, 24: Genova, Teatro della Corte - Dicembre 2013 - 1: Rimini, Teatro Novelli - 3, 4, 5, 6, 7, 8: Napoli, Teatro Mercadante
November 2013: Premiere: November 5th: Bologna, Arena del Sole - 6, 7, 8, 9, 10: Bologna, Arena del Sole - 12, 13: Budrio (Bo), Teatro Consorziale - 14, 15: Correggio (Re), Teatro Asioli  - 19, 20, 21, 22, 23, 24: Genova, Teatro della Corte - December 2013 - 1: Rimini, Teatro Novelli - 3, 4, 5, 6, 7, 8: Napoli, Teatro Mercadante
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Uno dei racconti più famosi di tutta la letteratura mondiale rivive sulla scena grazie all’autore e attore Vittorio Franceschi e ad Alessandro D’Alatri, regista diviso tra cinema, teatro e pubblicità, che torna a collaborare con l’Arena del Sole e con Franceschi dopo il successo de "Il sorriso di Daphne". Il cappotto racconta la storia di un innocente, o per meglio dire di un uomo semplice colpito da uno speciale accanimento del destino. E' la storia della maggioranza degli esseri umani, dei “copisti della vita” i quali mandano avanti il mondo pur subendone le violenze e gli insulti, e ripetendone all’infinito le parole e gli usi, i sentimenti e i desideri, i sogni e i naufragi.
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IL CAPPOTTO / THE OVERCOAT
by Vittorio Franceschi - direction: Alessandro D'Alatri - scenography: Matteo Soltanto
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TRAILER


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IL CAPPOTTO - scenografia Matteo Soltanto, luci Paolo Mazzi, costumi Elena Dal Pozzo
Il cappotto | The overcoat | Set design and pictures: Matteo Soltanto
IL CAPPOTTO di Vittorio Franceschi

Il testo si rifà a uno dei racconti più famosi di tutta la letteratura mondiale: Il cappotto di Nikolaj Vasil’evic Gogol’. Molti attori e registi si sono cimentati con questa opera e con il suo eroe, Akàkij Akàkievic, attraverso adattamenti vari o semplici letture.

Ai miei occhi è sempre apparsa come la storia di un innocente. Ma forse sarebbe meglio dire di un semplice. Non di uno sciocco, non di un essere colpito da speciale accanimento del destino. É la storia, credo, della maggioranza degli esseri umani, dei “copisti della vita” i quali mandano avanti il mondo pur subendone le violenze e gli insulti, e ripetendone all’infinito le parole e gli usi, i sentimenti e i desideri, i sogni e i naufragi. Credo che un grave errore sarebbe stato quello di trasferire la storia di Akàkij nei giorni nostri, come spesso si usa fare con i classici. Non ce n’è bisogno. Siamo tutti vecchi Pietroburghesi. Di quella città conosciamo a fondo gli angoli delle strade, i volti dei passanti, le voci, i rumori e gli odori, perché sono gli stessi di Milano e di Torino, di Bologna e di Genova, di Roma e di Napoli e di tutte le città italiane di oggi e di sempre. La marmaglia rapace dei presuntuosi, dei vili, delle mezze calzette, dei barattieri e dei prepotenti cammina e traffica al nostro fianco, come camminava e trafficava al fianco di Akàkij Akàkievic ai tempi dello Zar Nicola I.

Akàkij non si aspetta nulla, non reclama nulla più delle minuscole briciole di pane e di gioia di cui si ciba e vive. Gioia per lui è poter copiare in bella calligrafia quel che hanno scritto gli altri. E’ la sua missione, e si ha l’impressione che dalla sua penna il mondo si sforzi di uscire migliore. Ma l’unica volta che la vita lo costringe a una grande prova, ne è schiacciato fino a morirne. Non era in grado di reggerne il peso, non era preparato. Infatti, di quel meraviglioso - e minaccioso - cappotto nuovo lui avrebbe fatto volentieri a meno. Gli bastava rammendare quello vecchio. Ma le convenzioni sociali e l’arbitrio degli arroganti, più che il freddo dell’inverno, lo hanno sovrastato e vinto. In una società che rottama gli uomini insieme alle cose, il suo vecchio cappotto, che “fra toppe e rammendi era tutta una piaga” come la casacca di Geppetto, è quello che prende luce alla fine della storia e quasi sventola come una bandiera.

Di questo racconto ho rispettato la trama eliminando solo l’appendice (Akàkij che riappare come fantasma) perché in teatro i doppi finali non funzionano e perché la vera storia, ai miei occhi, si conclude nel momento della sua morte. Dei dialoghi, però, sono responsabile io, essendo essi assai scarsi nel racconto originale, e poco utilizzabili. Ho cercato di dare verità a una vicenda ambientata in tempi lontani ma attualissima, adoperando la lingua di oggigiorno e cercando di difenderla da quelle tentazioni gergali che avrebbero fatto a pugni con l’ambientazione d’epoca. So di essere stato, in alcuni passaggi, “traditore”, com’è quasi d’obbligo quando si lavora su opere o materiali altrui. Ma non nelle linee principali e sempre con il rispetto dovuto a un gigante della letteratura e del teatro la cui morte, nella sua desolata solitudine, sembra ispirarsi proprio a quella del minuscolo Akàkij. Ho cercato, in definitiva, di essere onesto con Gogol’ e il più possibile fedele alla mia personale e ormai lunghissima avventura nel teatro, senza dimenticare che il pubblico qualche volta vorrebbe anche divertirsi, possibilmente in modo garbato, senza le trivialità che deve sopportare ogni sera, puntuali come le tasse, in teatro, alla TV e al cinema, e delle quali farebbe volentieri a meno. Vittorio Franceschi


Matteo Soltanto - Il cappotto / The overcoat - dettaglio della scenografia / set detail
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NOTE DI REGIA di Alessandro D'Alatri
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Dostoevskij affermò che la nuova generazione di intellettuali russi era «tutta uscita da Il cappotto di Gogol’». Una citazione che aiuta a comprendere il valore di questo capolavoro della letteratura mondiale. Con questa emozione ho abbracciato il progetto. Ma non è l’unica. Lavorare con un attore e autore dalle qualità di Vittorio Franceschi è per me, oltre che piacevole, sempre stimolante. Aggiungo l’affetto per una realtà come Nuova Scena e l’Arena del Sole che sono stati padrini del mio debutto nella regia teatrale (Il sorriso di Daphne, di e con Vittorio Franceschi).
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Gogol’ scrisse il racconto. Franceschi lo ha portato in teatro con un adattamento che mi ha subito affascinato sia per la fedeltà alla struttura narrativa che per la straordinaria effervescenza della trasposizione. Nel racconto non ci sono molti dialoghi e la potenza di questo adattamento sta proprio nella vitalità realistica e poetica che Vittorio ha saputo restituire alla parola viva dei personaggi. In una parola: il teatro. Ma il matrimonio straordinario tra questi due autori l’ho trovato nel rispetto della rutilante e beffarda ironia gogoliana nella rappresentazione del ridicolo quotidiano. Gogol’, e Franceschi con lui, riescono a farci ridere nella drammaticità della rappresentazione del reale.
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Partendo da queste considerazioni ho affrontato la regia cercando di dilatare i confini del reale, proprietà esclusiva del teatro, restituendo una continuità al racconto come se non dovesse esistere mai una interruzione. Se fosse un film sarebbe un unico piano sequenza che seguendo il candore di un umile personaggio ci accompagna tra le pieghe dei vizi e della corruzione della condizione umana. Un viaggio che, nonostante la distanza storica, ci fa sentire tutta la contemporaneità dell’opera. L’interpretazione di un eccellente cast di attori, la versatilità delle scene, la magia delle luci, dei costumi e delle musiche hanno reso possibile questa avventura. Ringrazio di cuore tutti per avermi dato questa meravigliosa opportunità. Alessandro D'Alatri
CORRIERE DELLA SERA, recensione di Massimo Marino (10 novembre 2013)
Matteo Soltanto - Il cappotto / The overcoat - dettaglio della scenografia / set detail
IL MATTINO, recensione di Enrico Fiore (6 dicembre 2013)
IL RESTO DEL CARLINO, presentazione di Benedetta Cucci (31 ottobre 2013)
Matteo Soltanto - Il cappotto / The overcoat - dettaglio della scenografia / set detail
IL SECOLO XIX, recensione di Margherita Rubino (21 novembre 2013)
IL CAPPOTTO - di Grazia Verasani
Parlerò dello spettacolo che ho visto ieri sera all'Arena del Sole, e cioè Il Cappotto di Gogol', adattato da Vittorio Franceschi e da lui recitato, inseme a un gruppo di altri validissimi attori, con la regia di Alessandro D'Alatri e la scenografia di Matteo Soltanto. La prima cosa che mi sono chiesta è come avessero fatto a imparare quegli improbabili nomi russi che sembrano dei veri scioglilingua, poi ho pensato a Melville, che quel racconto di Gogol' del 1842 doveva averlo letto e amato, se, nel 1853 riprenderà la figura del copista nel suo "Bartebly Lo scrivano". Poi mi sono lasciata andare all'atmosfera, alle nebbie pietroburghesi, agli orizzonti bluastri, al grigio ferro degli oggetti scenografici, che mi ricordavano le medaglie delle olimpiadi di Mosca anno 1980 (che ancora possiedo), e all'odore forte della vodka (che anche se le bottiglie di scena erano presumibilmente piene d'acqua, arrivavano zaffate alcoliche fino alle balconate)... Uno spettacolo sobrio, nonostante i fiumi di vodka, essenziale come un mobile di Le Corbusier, e di un'attualità senza tempo (lo so, è un ossimoro) dove il tragicomico si espia nel grido finale, rauco e sussultante, di Akakij, in quel dolore di ometto-bambino a cui è stata rubata la cosa più importante, un cappotto nuovo, sudato, ambito, desiderato, inconcesso e poi finalmente posseduto (e se ci resta un extra, dopo il cappotto, c'è una bottiglietta d'inchiostro rosso da comprare e allora la felicità sarà completa). Ma il ballerino goffamente aggraziato, l'umile operaio della bella copia, colui che basta poco per farlo contento (un collo di gatto di Parigi, un lettuccio, l'ordinario trantran dell'ufficio, delle prese in giro dei colleghi sgamati, del potere superiore dei superiori) si vede strappar via quella stoffa che è tutto se stesso, e lì diventiamo tutti bambini a cui viene rubato il nostro unico gioco, e in quanto unico il preferito. Inutile dirvi quanto sia "vera" l'interpretazione di Akakij che ne fa Franceschi, e la semplicità poetica, mai compiaciuta, di una regia distaccata, e tanto più efficace quanto è più osservata e non osservante. Regalatevi questo spettacolo, andate a teatro, sarà come andare in Russia, e anche come capire un po' di più quest'Italia.
Matteo Soltanto - Il cappotto / The overcoat - dettaglio della scenografia / set detail
IL RESTO DEL CARLINO, intervista di Claudio Cumani a Vittorio Franceschi
LA STAMPA, recensione di Masolino D'Amico (10 novembre 2013)
Matteo Soltanto - Il cappotto / The overcoat - dettaglio della scenografia / set detail
CORRIERE MERCANTILE, recensione di Clara Rubbi (giovedì 21 novembre 2013)
IL CAPPOTTO - di Claudio Beghelli
Spettacolo, a un tempo, danzato sulle punte, dotato di grande ritmo melanconicamente comico e potentemente drammatico. Vittorio Franceschi (la cui interpretazione dell'impiegato - l'augusto perfetto -, timido buono e schivo, inadatto alla vita, tutta giocata sull'essenzialità e sulla sottrazione, sul più rigoroso minimalismo attorico, è davvero memorabile. Ci vuole un attore e scrittore di potente e profonda sensibilità, pari suo, per realizzare un protagonista che, pur essendo sempre in scena, resta defilato e non si mette mai 'al centro', evitando i virtuosismi e la teatralità esibita o di maniera). Più che una rilettura di Gogol', l'Autore compie una audace, completa reinvenzione del testo (di cui la riuscita regia di D'Alatri valorizza sapientemente la coralità), che pur rispettandone l'arco narrativo, vi aggiunge una delicatezza e precisione mirabile di scrittura, grande ricchezza di invenzioni teatrali (personaggi vagamente cechoviani, come la padrona di casa o la moglie del sarto, ma anche clowneschi, come il venditore di stoffe e Polkan, l'ubriaco; ed echi onirici sorprendenti quanto inquietanti), facendone un'opera che è tanto sintesi dello spirito satirico e grottesco di Gogol', quanto amara allegoria e metafora della nostra contemporaneità. Allegoria non esplicita o verista, ma concreta, sapientemente filtrata e deformata, attraverso la visione di una Russia decadente, crepuscolare, "ladra di giorno e assassina di notte", destinata al disfacimento, divorata dalla miseria, dal freddo infernale, e paralizzata dalla burocrazia inutile e farraginosa. Equilibratissima e suggestiva la scenografia di Matteo Soltanto, che compie un lavoro di immaginazione - e non di banale illustrazione - al servizio del testo. Da ultimo, le musiche del Maestro Germano Mazzocchetti, aggiungono, soprattutto nel secondo atto, un elemento diegetico che sottolinea energicamente prima la felicità e poi l'angoscia del personaggio, ponendo in gioco la sua splendida fisarmonica e mettendola in contrappunto con una punteggiatura di pianoforte, che ricorda Shumann e Rachmaninov. Affiatata tutta la compagnia. Una menzione particolare meritano i giovani, tutti bravi e credibili, tra cui spicca, per versatilità e levità e talento di caratterista Alessio Genchi. Si esce di sala pensando: è uno spettacolo, a un tempo classico e contemporaneo, che ritraendo la Pietroburgo del tardo Ottocento, parla di noi, oggi.
ph. Raffaella Cavalieri
L'UNITA', recensione di Maria Grazia Gregori (29 novembre 2013).
IL RISCATTO IMPOSSIBILE DI UN COPISTA DELLA VITA - di Michela Zaccaria
Alberi stecchiti su fondale livido, librerie di scartoffie e registri come quinte; a sinistra, la stanzetta di Akàkij; a destra, la bottega del sarto Petròvic cieco da un occhio; al centro, l’ufficio del ministero. Qui Akàkij Akàkievic fa il copista, il più bel lavoro del mondo perché non occorre pensare, bisogna solo mettere in bella quello che hanno scritto gli altri. Akàkij non reclama nulla; sogna lettere maiuscole scritte con inchiostro rosso; ama cose già successe, pronte ad essere copiate. Quando cammina per via conosce a memoria ogni buca del percorso, sempre lo stesso da venticinque anni; sul lavoro mai un ritardo, dieci ore ogni giorno; dopo cena ancora un’oretta con penna d’oca e carta protocollo a copiare elenchi di morti e denunce anonime. «Il mondo è pieno di infelicità, ma grazie a Dio e alla mia calligrafia... io vivo una vita davvero molto molto molto emozionante!» sospira. I suoi colleghi al ministero nemmeno lo salutano; con quel cencio addosso che sembra una vestaglia, ridono. Braccio morbido… gomito flesso… ogni volta Akàkij Akàkievic sguscia via dal suo vecchio cencio come in un balletto. Non si ricuce una marcia reliquia, occorre un cappotto nuovo! - gli fa il sarto. Il mondo sarebbe un paradiso se si copiassero i cappotti come si copiano le parole, con tutti i bottoni ed i colletti! E col misero stipendio, per fortuna c’è la gratifica… Ottanta rubli, color marroncino kaki e collo di gatto di Parigi. Col suo cappotto nuovo Akàkij Akàkievic non ha più freddo ed in ufficio sembra guadagnare il rispetto di quei colleghi che prima lo infastidivano. Ora nobilita non solo la sua persona, ma il Ministero tutto e la Patria stessa, la grande madre Russia! Applausi, champagne. Ci fosse almeno un po’ di luna... All’uscita dalla festa un omone gli tasta il colletto, un altro gli mette il pugno davanti alla bocca. Un cappotto così, in mano ai ladri! Akakij Akakievic è beffato dai colleghi e dal destino. Torna a casa mentre il vento s’infila nel colletto e dentro gli stivali; si stende sul letto, delira. La vita lo costringe ad una prova e lui ne è sopraffatto. Fino a morirne. Vittorio Franceschi affronta da autore il mondo russo che gli è tanto caro e riscrive con garbo il capolavoro di Nikolaj Vasil'evic Gogol', storia del riscatto impossibile di un «copista della vita» la cui unica evidente condizione è quella dell’inesistenza. Colbacchetto spelacchiato e cappotto sdrucito, Franceschi disegna un Akakij candido e stupito fra i sogni ed i naufragi di una vita anonima, sopraffatto più che dal freddo inverno dalle convenzioni sociali e dall’arbitrio di corrotti mezze calzette. In una società che rottama uomini e cose, il vecchio cappotto, che «fra toppe e rammendi era tutta una piaga» come la casacca di Geppetto, alla fine sventola come una bandiera - riflette Franceschi. Il regista Alessandro D’Alatri imprime levità e ritmo allo spettacolo. La scena è di Matteo Soltanto, la musica di ispirazione klezmer di Germano Mazzocchetti. Accanto al protagonista, Umberto Bortolani è il sarto burbero e ubriacone, Marina Pitta la moglie scostante che mangia aglio ogni giorno per tenerlo lontano; Alessio Genchi è il divertente mercante sul carretto carico di stoffe damascate, Federica Fabiani la padrona di casa dal cuore tenero, Giuliano Brunazzi l’ubriaco poeta. Michela Zaccaria - (www.drammaturgia.it - Dir. Siro Ferrone)
ph. Raffaella Cavalieri
VITTORIO FRANCESCHI E ALESSANDRO D’ALATRI FANNO... CAPPOTTO - di Fabio Raffo
Il cappotto è uno spettacolo tratto da un racconto di Gogol’, adattato meravigliosamente da Vittorio Franceschi, anche attore protagonista. La storia ci illustra la vita di un povero copista che, nello sfondo della Russia ottocentesca, addattatosi con facilità alla rigida disciplina del suo lavoro, sembra trovare una felicità più vera e una possibilità di ascensione sociale grazie all’acquisto di un nuovo cappotto, per poi morire di crepacuore nel momento in cui esso gli viene rubato. Una storia realistica dai contorni grotteschi fantozziani, potremmo dire, anche se certo viene prima Gogol’ di Fantozzi. La citazione del personaggio di Paolo Villaggio non è così casuale, perché Franceschi nella sua magistrale interpretazione sembra per certi versi ispirarsi allo stile fantozziano, nell’ossequio esagerato ai suoi superiori, nella difficoltà di trovare le parole, in un italiano tutto suo. Ma il personaggio di Akakij e tutto lo spettacolo in generale, dalla messinscena alle musiche, alla capacità interpretativa di tutto il cast che riesce a restituire una realtà sociale con vividezza, raggiungono una commovente intensità poetica, mancante in Fantozzi, che trova il suo apice nella poesia finale dell’ubriacone, dopo la morte di Akakij. Lascia allora un po’ di curiosità l’aggiunta delle due ulteriori battute finali, come a voler ritornare un po’ sul sapore di commedia insito in tutto l’adattamento drammaturgico e che il finale sembrava dimenticare nella sua cupezza. Lo spettacolo dimostra nel complesso una qualità eccelsa, nel suo ritmo di tragicommedia, in cui lo spettatore si affeziona ai personaggi, e in special modo ad Akakij, con punte di surrealismo comico davvero geniali. La comicità sembra esagerata e un po’ sbavata solo nel personaggio macchiettistico del venditore di tessuti, ma si tratta solo di un dettaglio. Per il resto la messinscena ha la capacità di conciliare l’attenta e minuziosa aderenza a una precisa realtà sociale – anche nei costumi e nella scenografia minimalista, che evoca le catapecchie russe e il freddo coi tre alberi scheletrici dello sfondo - a un surrealismo notturno veramente evocativo, nell’atmosfera soffocante del ministero dove lavora Akakij, la cui alienazione è resa emblematica nel balletto dei suoi colleghi che lo circondano con le fruste. In sintesi, uno spettacolo magistrale, con un testo forte che il minuzioso lavoro di Franceschi restituisce nella sua classicità, ancora valida ai nostri giorni. Secondo Calvino, un classico è un libro che non finisce mai di dire qualcosa di veramente necessario al suo lettore: ecco, la stessa massima può essere applicata a questo spettacolo. Fabio Raffo (vocidallasoffitta.blogspot.it)
IL CAPPOTTO - recensione di Massimo Lechi (www.cinemaeteatro.com), 23 novembre 2013
Capolavoro riconosciuto della letteratura russa, Il cappotto è una delle opere più celebri di Nikolaj Vasil'evic Gogol' (1809 - 1852). Al centro di questo dolentissimo racconto pubblicato nel 1842, vi è la storia di Akakij Akakievic Bašmakin, umile copista costretto a sopravvivere nel gelo pietroburghese con il povero stipendio ministeriale, tra i lazzi dei colleghi d’ufficio e altre innumerevoli miserie quotidiane. Vittorio Franceschi, teatrante d’esperienza, ha ripreso il personaggio nella doppia veste di attore e drammaturgo, seguendone tutte le tragicomiche tappe verso l’amaro finale: l’acquisto di uno sgargiante cappotto di cammello (esagerato rispetto alla sua condizione di burocrate di infima categoria), la breve gloria scaturita dall’inedita eleganza, e infine il furto del cappotto medesimo nella notte invernale, l’umiliazione e la morte in solitudine. In questa nuova versione per la scena, la materia gogoliana è stata dunque rispettata nell’essenza e nella struttura, ma opportunamente teatralizzata grazie soprattutto a dialoghi scritti ex novo e in grado di restituire tanto la complessità della figura del protagonista - grande archetipo dell’impiegato vessato – quanto la caleidoscopica e minacciosa San Pietroburgo zarista che fa da sfondo alla vicenda. L’adattamento ha poi trovato in Alessandro D’Alatri un abile esecutore registico, attento al ritmo della narrazione e all’equilibrio di un cast particolarmente ben assortito (da segnalare l’ottimo Umberto Bortolani nel ruolo del sarto Petròvic). Su tutto svetta però il talento dello strepitoso primattore, artefice principale - sia con la penna sia con voce e gesti - di uno spettacolo decisamente coinvolgente, dalle atmosfere non prive di suggestione autentica. (http://www.cinemaeteatro.com/index.php/teatro/recensioni/1850-il-cappotto.html)
ph. Raffaella Cavalieri
ph. Raffaella Cavalieri

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Matteo Soltanto | pittore e scenografo | Matteo Soltanto | artist and set designer