Matteo Soltanto | Sito Ufficiale | Official Website




 
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Matteo Soltanto

WINDY
filo di nylon, cm 350x800x800 
Committente: Lo Studio 
Location: Lo Studio Show Room
Milano 1999

Matteo Soltanto

WINDY
nylon thread, cm 350x800x800
Client: Lo Studio 
Location: Lo Studio Show Room
Milan 1999






 

Presenze/assenze
di Alessandro Sibilia
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Il vento è un “..movimento violento di masse d’aria atmosferiche, provocato da differenze di pressione tra punti situati su una stessa superficie di livello della gravità”, questa la definizione del vocabolario. Da cosa invece nasca questo vento è difficile dirlo con esattezza. Un’ipotesi che si può formulare parte proprio dalla natura stessa di questo fenomeno, ovvero da quel movimento provocato dalle differenze pressorie. L'evento “Windy” (Lo Studio, Milano 1999), è una sorta di spostamento che dalla superficie bidimensionale porta a quella tridimensionale; la volontà di coinvolgere lo spazio con un’idea. In questo avvicinamento alla terza dimensione non è inoltre da sottovalutare la pratica che l’artista intrattiene con il mondo del teatro ed in particolare con la scenografia e le sue esigenze di rappresentazione spaziale della forma. A questo va poi aggiunta l’inesausta volontà sperimentatrice che, prima attraverso i processi alchemici sui ritratti, poi di simulazione sulle sospensioni, mette fortemente l’accento sull’aspetto tecnico della realizzazione. In Windy è da sottolineare più l’aspetto di continuità e sperimentazione insito nell’operazione piuttosto che l’esibizione di un risultato raggiunto. Lo scopo è in fin dei conti quello di rendere visibile la massima evanescenza ed immaterialità della natura, il vento. Captato, aspettato ed infine imbrigliato nel suo ‘doppio tridimensionale’, ‘come gettare un mantello sull’uomo invisibile’, come nota lo stesso Matteo. Un lavoro giocato sulla presenza/assenza della forma e della sua esistenza nello spazio. Vorrei infatti leggere questa mostra come il segno di un’idea che cresce e che si confronta con nuove occasioni e mutate esigenze; l’ulteriore prova della volontà sperimentatrice dell’artista, a confronto questa volta non con uno spazio canonico, il cubo bianco della galleria d’arte, bensì con uno spazio commerciale ed un pubblico presumibilmente lontano da quello che normalmente frequenta l’arte contemporanea. E’ quindi così che dal ritratto che dissimula la rassomiglianza al modello nella tessitura della trama, alla forma che come bagliore notturno emerge dal buio ed in esso si perde, fino appunto all’impercettibile presenza dell’aria resa visibile dalla fitta ragnatela tessuta per conservarne nel tempo e nello spazio la sua testimonianza, si realizza quel movimento provocato dalle differenze di pressione, ovvero delle mutate condizioni di committenza e di realizzazione.
   
Presences/absences
by Alessandro Sibilia
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The dictionary offers the following definition of the wind: “a movement of atmospheric air masses caused by differences in pressure between points situated on the same surface of gravity level”. What the wind actually springs from is rather more difficult to describe. One might formulate a hypothesis stemming directly from the nature of the wind itself, or even from the turbulence instigated by alterations in pressure. And now we arrive at the moment of  “performance” in Milan (Lo Studio, 1999) where, it is important to emphasize the aspect of continuity and experimentation inherent in the operation, rather than a mere exhibition of an achieved result. In the final analysis the artist’s objective is that of manifesting nature’s greatest force of evanescence and immateriality, the wind, sensed, anticipated, and finally bridled in its three dimensional double, it was, as the artists himself describes, “like throwing a cloak over the invisible man. “A work that unfolds its dynamics though the presence/absence of form and its existence in space. I would prefer to read this exhibition as the manifestation of an idea that will grow and gauge itself with fresh occasions and changed needs; further proof of the artist’s experimental spirit that measures itself this time not with the canon of the art gallery’s white cube, but rather with a commercial space and a public presumably remote from those who normally follow contemporary art. And thus from the portrait that transcribes the resemblance to the model into the weave of the fabric, to the form as a nocturnal ray that emerges from the darkness in which it dissolves, to the imperceptible presence of the air sketched by the dense cobweb woven to preserve its configuration in time and space, it is possible to reproduce that movement caused by differences in pressure, or rather, by altered conditions of commission and realisation.
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